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Iscritto il: sab 17 mag 2008, 15:56 Messaggi: 2591
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SUL VENERDI DI REPUBBLICA DEL 16 OTTOBRE QUATTRO PAGINE DEDICATE A IPAZIA

DI TUTTI GLI ANIMALI SELVAGGI IL PIÙ PERICOLOSO È LA DONNA. PERCHÉ IPAZIA DOVEVA MORIRE" Cirillo, il vescovo di Alessandria mandante dell'assassinio di Ipazia (fatto Santo e Dottore della Chiesa nel 1882 per la sua teologia dell'Incarnazione in cui difendeva la natura divina di Cristo e la verginità della Madonna) è fra i preferiti di Ratzinger. SU SAN CIRILLO: http://it.wikipedia.org/wiki/San_Cirillo_di_Alessandria
il discorso di Benedetto XVI - aka Ratzinger - all’Udienza generale in Piazza San Pietro di mercoledì 3 ottobre 2007 Piazza San PietroCita: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20071003_it.htmlSan Cirillo di Alessandria
Cari fratelli e sorelle,
anche oggi, continuando il nostro itinerario che sta seguendo le tracce dei Padri della Chiesa, incontriamo una grande figura: san Cirillo di Alessandria. Legato alla controversia cristologica che portò al Concilio di Efeso del 431 e ultimo rappresentante di rilievo della tradizione alessandrina, nell’Oriente greco Cirillo fu più tardi definito «custode dell’esattezza» – da intendersi come custode della vera fede – e addirittura «sigillo dei Padri». Queste antiche espressioni esprimono bene un dato di fatto che è caratteristico di Cirillo, e cioè il costante riferimento del Vescovo di Alessandria agli autori ecclesiastici precedenti (tra questi, soprattutto Atanasio) con lo scopo di mostrare la continuità della propria teologia con la Tradizione. Egli si inserisce volutamente, esplicitamente nella Tradizione della Chiesa, nella quale riconosce la garanzia della continuità con gli Apostoli e con Cristo stesso. Venerato come Santo sia in Oriente che in Occidente, nel 1882 san Cirillo fu proclamato Dottore della Chiesa dal Papa Leone XIII, il quale contemporaneamente attribuì lo stesso titolo anche ad un altro importante esponente della patristica greca, san Cirillo di Gerusalemme. Si rivelavano così l’attenzione e l’amore per le tradizioni cristiane orientali di quel Papa, che in seguito volle proclamare Dottore della Chiesa pure san Giovanni Damasceno, mostrando anche in questo modo la sua convinzione circa l’importanza di quelle tradizioni nell’espressione della dottrina dell’unica Chiesa di Cristo.
Le notizie sulla vita di Cirillo prima della sua elezione all’importante sede di Alessandria sono pochissime. Nipote di Teofilo, che dal 385 come Vescovo resse con mano ferma e grande prestigio la Diocesi alessandrina, Cirillo nacque probabilmente nella stessa metropoli egiziana tra il 370 e il 380. Venne presto avviato alla vita ecclesiastica e ricevette una buona educazione, sia culturale che teologica. Nel 403 era a Costantinopoli al seguito del suo potente zio, e qui partecipò al Sinodo detto della Quercia, che depose il Vescovo della città, Giovanni (detto più tardi Crisostomo), segnando così il trionfo della sede alessandrina su quella, tradizionalmente rivale, di Costantinopoli, dove risiedeva l’imperatore. Alla morte dello zio Teofilo, l’ancora giovane Cirillo nel 412 fu eletto Vescovo dell’influente Chiesa di Alessandria, che governò con grande energia per trentadue anni, mirando sempre ad affermarne il primato in tutto l’Oriente, forte anche dei tradizionali legami con Roma.
Qualche anno dopo, nel 417 o nel 418, il Vescovo di Alessandria si dimostrò realista nel ricomporre la rottura della comunione con Costantinopoli, che era in atto ormai dal 406 in conseguenza della deposizione del Crisostomo. Ma il vecchio contrasto con la sede costantinopolitana si riaccese una decina di anni più tardi, quando nel 428 vi fu eletto Nestorio, un autorevole e severo monaco di formazione antiochena. Il nuovo Vescovo di Costantinopoli, infatti, suscitò presto opposizioni perché nella sua predicazione preferiva per Maria il titolo di «Madre di Cristo» (Christotókos), in luogo di quello – già molto caro alla devozione popolare – di «Madre di Dio» (Theotókos). Motivo di questa scelta del Vescovo Nestorio era la sua adesione alla cristologia di tipo antiocheno che, per salvaguardare l’importanza dell’umanità di Cristo, finiva per affermarne la divisione dalla divinità. E così non era più vera l’unione tra Dio e l’uomo in Cristo e, naturalmente, non si poteva più parlare di «Madre di Dio».
La reazione di Cirillo – allora massimo esponente della cristologia alessandrina, che intendeva invece sottolineare fortemente l’unità della persona di Cristo – fu quasi immediata, e si dispiegò con ogni mezzo già dal 429, rivolgendosi anche con alcune lettere allo stesso Nestorio. Nella seconda che Cirillo gli indirizzò, nel febbraio del 430, leggiamo una chiara affermazione del dovere dei Pastori di preservare la fede del Popolo di Dio. Questo era il suo criterio, valido peraltro anche oggi: la fede del Popolo di Dio è espressione della Tradizione, è garanzia della sana dottrina.
Così scrive a Nestorio: «Bisogna esporre al popolo l’insegnamento e l’interpretazione della fede nel modo più irreprensibile e ricordare che chi scandalizza anche uno solo dei piccoli che credono in Cristo subirà un castigo intollerabile».
Nella stessa lettera a Nestorio – lettera che più tardi, nel 451, sarebbe stata approvata dal Concilio di Calcedonia, il quarto ecumenico – Cirillo descrive con chiarezza la sua fede cristologica: «Affermiamo così che sono diverse le nature che si sono unite in vera unità, ma da ambedue è risultato un solo Cristo e Figlio, non perché a causa dell’unità sia stata eliminata la differenza delle nature, ma piuttosto perché divinità e umanità, riunite in unione indicibile e inenarrabile, hanno prodotto per noi il solo Signore e Cristo e Figlio». E questo è importante: realmente la vera umanità e la vera divinità si uniscono in una sola Persona, il Nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, continua il Vescovo di Alessandria, «professeremo un solo Cristo e Signore, non nel senso che adoriamo l’uomo insieme col Logos, per non insinuare l’idea della separazione col dire “insieme”, ma nel senso che adoriamo uno solo e lo stesso, perché non è estraneo al Logos il suo corpo, col quale siede anche accanto a suo Padre, non quasi che gli seggano accanto due figli, bensì uno solo unito con la propria carne».
E presto il Vescovo di Alessandria, grazie ad accorte alleanze, ottenne che Nestorio fosse ripetutamente condannato: da parte della sede romana, quindi con una serie di dodici anatematismi da lui stesso composti e, infine, dal Concilio tenutosi a Efeso nel 431, il terzo ecumenico. L’assemblea, svoltasi con alterne e tumultuose vicende, si concluse con il primo grande trionfo della devozione a Maria e con l’esilio del Vescovo costantinopolitano che non voleva riconoscere alla Vergine il titolo di «Madre di Dio», a causa di una cristologia sbagliata, che apportava divisione in Cristo stesso. Dopo avere così prevalso sul rivale e sulla sua dottrina, Cirillo seppe però giungere, già nel 433, a una formula teologica di riconciliazione con gli antiocheni. E anche questo è significativo: da una parte c’è la chiarezza della dottrina di fede, ma dall’altra anche la ricerca intensa dell’unità e della riconciliazione. Negli anni seguenti si dedicò in ogni modo a difendere e a chiarire la sua posizione teologica fino alla morte, sopraggiunta il 27 giugno del 444.
Gli scritti di Cirillo – davvero molto numerosi e diffusi con larghezza anche in diverse traduzioni latine e orientali già durante la sua vita, a testimonianza del loro immediato successo – sono di primaria importanza per la storia del cristianesimo. Importanti sono i suoi commenti a molti libri veterotestamentari e del Nuovo Testamento, tra cui l’intero Pentateuco, Isaia, i Salmi e i Vangeli di Luca e di Giovanni. Rilevanti sono pure le molte opere dottrinali, in cui ricorrente è la difesa della fede trinitaria contro le tesi ariane e contro quelle di Nestorio. Base dell’insegnamento di Cirillo è la Tradizione ecclesiastica, e in particolare, come ho accennato, gli scritti di Atanasio, il suo grande predecessore sulla sede alessandrina. Tra gli altri scritti di Cirillo vanno infine ricordati i libri Contro Giuliano, ultima grande risposta alle polemiche anticristiane, dettata dal Vescovo di Alessandria probabilmente negli ultimi anni della sua vita per replicare all’opera Contro i Galilei composta molti anni prima, nel 363, dall’imperatore che fu detto l’Apostata per avere abbandonato il cristianesimo nel quale era stato educato.
La fede cristiana è innanzitutto incontro con Gesù, «una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte» (Enc. Deus caritas est, 1). Di Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato, san Cirillo di Alessandria è stato un instancabile e fermo testimone, sottolineandone soprattutto l’unità, come egli ripete nel 433 nella prima lettera al Vescovo Succenso: «Uno solo è il Figlio, uno solo il Signore Gesù Cristo, sia prima dell’incarnazione sia dopo l’incarnazione. Infatti non era un Figlio il Logos nato da Dio Padre, e un altro quello nato dalla santa Vergine; ma crediamo che proprio Colui che è prima dei tempi è nato anche secondo la carne da una donna». Questa affermazione, al di là del suo significato dottrinale, mostra che la fede in Gesù Logos nato dal Padre è anche ben radicata nella storia perché, come afferma san Cirillo, questo stesso Gesù è venuto nel tempo con la nascita da Maria, la Theotókos, e sarà, secondo la sua promessa, sempre con noi. E questo è importante: Dio è eterno, è nato da una donna e rimane con noi ogni giorno. In questa fiducia viviamo, in questa fiducia troviamo la strada della nostra vita.
sul medesimo personaggio tratto da Storia Criminale del Cristianesimo, Ariele 2001, Vol. 2; pagg.132-137Cita: IL CRIMINALE SAN CIRILLO D'ALESSANDRIA SAN CIRILLO PERSECUTORE DEGLI "ERETICI" E IDEATORE DELLA PRIMA "SOLUZIONE FINALE"
Il pretesto della lotta per la fede soddisfò, come spesso accadde nel cristianesimo, l'orrenda sete di potere di questo santo. L'opera di Cirillo, tuttavia, pur essendo andata in parte distrutta, riempie dieci tomi della Patrologia greca; una produzione che, tra i padri della chiesa, è paragonabile soltanto a quella di Agostino e Giovanni Crisostomo,
Cirillo vide "la Chiesa di Dio" costantemente minacciata da "eresie", da dottrine immonde e sacrileghe di altri cristiani, da senza Dio, che però velocemente "precipitavano all'inferno" o nel "cappio della morte" nel caso in cui non avessero fatto, e in ciò Cirillo fu molto d'aiuto, "già in questa vita una brutta fine". Soltanto alla luce della sua ossessiva sete di potere si comprende l'enormità e la ferocia della sua infamia. Seguendo le orme dottrinarie del famigerato Attanasio, "nostro beato e notissimo Padre della Chiesa", Cirillo continuò a perseguitare massicciamente i cristiani eterodossi, pratica già comune nei primi secoli, superando però il maestro per la brutalità, sicuramente non per la testardaggine, e quanto a mancanza di stile riuscì almeno a raggiungerlo. Nel linguaggio e nelle immagini di Cirillo, non può essere un caso che persino i cattolici vi trovano "poco o niente di attraente" [a parte Ratzinger, ndr]. Il suo stile viene definito "fiacco e prolisso, ma anche ampolloso e sovraccarico" (Biblioteca dei Padri della Chiesa), mentre cautamente si dice dei suoi scritti che "in letteratura non occupano una posizione di primo piano" (Altaner/Stuiber).
Chi non la pensa come lui, non può essere altro che un "eretico". Infatti, chi la pensa diversamente è anche moralmente maligno e Cirillo gli attribuisce "stoltezza", "eccesso", "smisurata ignoranza", "insensatezza e depravazione": lo accusa di "oltraggio", "molestia", "follia" e di "giochi di prestigio e chiacchiere senza senso", "al massimo grado di stupidità". Queste persone sono "altamente sacrileghe", "calunniatrici e ingannatrici di diritto", "per così dire ebbre" e "annebbiate dai fumi dell'alcool", minati dai "fermenti della malvagità", gravemente affetti da ignoranza di Dio", pieni di "follia" e professano dottrine "di origine diabolica". "Essi distorcono la fede tramandataci, basandosi sull'invenzione del ritorno del drago che emerge dalle acque", cioè di Nestorio.
Come certo s'addice a un santo, spesso Cirillo difficilmente arriva in fondo con tali invettive. E naturalmente chiede - in questo caso all'imperatore: "Avanti dunque con le ondate dirompenti di quegli uomini ... ", "avanti con i pettegolezzi e le chiacchiere senza senso, con parole abbellite da chimere e inganno!" Infatti, come dicono le parole dirette all'imperatore della predica inaugurale di Nestorio: "Sconfiggi con me gli eretici ... ", anche Cirillo intese l'annientamento degli eretici come un ovvio obbligo di chi detiene il potere e nel 428 ottenne un editto contro tutti gli eretici. E minacciava con le parole del Vecchio Testamento: "Se non si convertono, il Signore farà luccicare la sua spada contro di loro". Il Signore non era soltanto l'imperatore, ma soprattutto Cirillo.
Subito dopo le elezioni episcopali del 17 ottobre 412 Cirillo procedette con decisione contro gli "ortodossi" novaziani, fino a quel momento tollerati. La loro morale puritana non riuscì a impressionarlo. In aperto contrasto col governatore imperiale, Cirillo fece chiudere con la forza le loro chiese, scacciando gli stessi novaziani. Andando ulteriormente contro le leggi imperiali, si appropriò di tutti i loro beni, compreso il patrimonio privato del vescovo novaziano Teopempto. Come riporta trionfante la "Biblioteca dei Padri della Chiesa", Cirillo diede il colpo di grazia ad alcune sette, naturalmente con la "penna", la sua principale arma vien detto qui. "Oh follia", gridava sempre più spesso"; "Oh ignoranza, senno sconsiderato!", "Oh sproloquio da suocera, intelletto assopito, in grado solo di blaterare ... ". Gli eretici abbondano soltanto di "invenzioni irreligiose", "favole raccapriccianti" e di "pura stupidità". Essi sono "il culmine della malvagità". "La loro gola è davvero una tomba spalancata ... , le loro labbra celano veleno di vipera". "Rinsavite, voi ebbri".
Cirillo perseguitò anche i messalliani (dal siro msallyane = coloro che pregano, e per questo chiamati in greco Euchiti): asceti penitenti dai capelli lunghi, provenienti per lo più dagli strati più infimi della società, che si astenevano dal lavoro e nella povertà più assoluta si sacrificavano alla ricerca di Cristo. I messalliani interpretavano la "fratellanza" come comunità mista di uomini e donne, interpretazione che ai cattolici dispiacque particolarmente. Già condannati in precedenza, Cirillo decretò la loro fine a Efeso, dove la loro dottrina e le loro pratiche vennero nuovamente condannate. Naturalmente molti altri parteciparono alla caccia. Il patriarca Attico di Costantinopoli (406-425), elogiato da papa Leone I e venerato dalla chiesa greca come santo (Festa: 8 febbraio e 11 ottobre), aizzò i vescovi di Panfilia a scacciare i messalliani come fossero topi o parassiti. Il patriarca Flaviano di Antiochia li fece cacciare prima da Edessa e poi da tutta la Siria. Il vescovo Amfilochio di Ikonium li perseguitò nelle sue diocesi così come il vescovo Letoio di Melitene, che diede fuoco ai loro conventi, chiamati dal vescovo e padre della chiesa Teodoreto: "covi di briganti". Nel medioevo, i messalliani riemersero, tuttavia, tra i bogomili.
Ogni qual volta Cirillo passò all'attacco, da un lato c'era sempre un abisso di errori, follia, stupidità e chimere - anche questo un fenomeno, durato per due millenni, tipico della politica ecclesiastica. Dall'altro lato c'era l'ortodossia immacolata, lui stesso, le cui "ragioni e giudiziose esposizioni sono irreprensibili", come attesta modestamente di persona. Egli e i suoi seguaci appartengono sempre a coloro che hanno reso la loro fede "salda come una roccia e che difendono la loro devozione fino alla fine ... " e che ridono della "inefficacia dei loro avversari". " Dio è con noi ... ". Lo "splendore della verità" risplende sempre dalla loro parte, e dove tutto è colmo di "ignoranza e follia", si predica "per così dire nel sonno e nell'ebbrezza" e non si conosce "né le parole né il potere di Dio! Smaltite per questo, come è giusto, la vostra ebbrezza ... ".
"La prova più bella del suo nobile intelletto" - così glorifica Cirillo un' "edizione speciale", ristampata con imprimatur ecclesiastico e sotto Hitler particolarmente apprezzata "è che anche in guerra ha tentato di salvare il comandamento dell'amore fraterno e nonostante la sua innata irruenza non perse mai il dominio di sé neanche di fronte alla terribile malafede del suo avversario". Ma anche a uno storico contemporaneo questo santo appare come "un intellettuale con uno spiccato senso della razionalità", che nella sua lotta contro l'eresia si è mostrato "moderato" (Jouassard) - almeno nei suoi attacchi contro i pagani e gli ebrei!
Il patriarca Cirillo, che nega a questi ultimi "ogni comprensione per il mistero" del cristianesimo, parla della loro "ignoranza" e della loro "malattia", li chiama "spiritualmente accecati", "uccisori del Signore" e suoi "crocifissori", nei suoi scritti li tratta "ancora peggio ... dei pagani" (Jouassard). Ma Cirillo non li colpì soltanto letterariamente, come altri padri della Chiesa, ma anche nei fatti. Già nel 414, quest'uomo "tutto d'un pezzo" (così il cattolico Daniel-Rops), "dalla straordinaria forza d'azione" si impadronì di tutte le sinagoghe d'Egitto e le trasformò in chiese cristiane. Al suo tempo anche in Palestina la repressione degli ebrei divenne sempre più radicale, mentre monaci fanatici distruggevano le loro sinagoghe. Nella stessa Alessandria, dove vivevano molti ebrei, Cirillo convocò i loro rappresentanti accusandoli del fatto che da parte ebraica fossero stati commessi atti orribili, un massacro notturno che secondo le fonti non può essere dato per certo, ma neanche del tutto smentito. In ogni caso il santo, senza alcun diritto, fece assalire e distruggere le sinagoghe da un' enorme folla che, come in guerra, fece man bassa dei loro beni e scacciò più di 100 000 ebrei, forse 200 000, lasciando donne e bambini senza cibo e senza averi. L'espulsione fu totale: lo sterminio della comunità ebraica alessandrina, la più numerosa della diaspora, che esisteva da più di 700 anni, fu la prima "soluzione finale" della storia della chiesa. La "Biblioteca dei Padri della Chiesa" (1935) dice che "è possibile che il comportamento di Cirillo non sia stato propriamente riguardoso o del tutto privo di violenza".
Quando il governatore imperiale Oreste manifestò il suo dissenso a Costantinopoli, dal deserto giunse un'orda di monaci, seguaci del santo, "che puzzavano di sangue e di bigottaggine già da lontano" (Bury). Essi accusarono Oreste, battezzato a Costantinopoli, di idolatria, dandogli del miscredente e di fatto procedettero contro di lui. Se il popolo non fosse accorso in suo aiuto probabilmente la pietra che lo colpì alla testa, invece di ferirlo, l'avrebbe ucciso. All'attentatore suppliziato e morente, Ammonio, che tra l'altro non tutti ritenevano cristiano, Cirillo riservò onori da martire, santificando il monaco in una predica. E il 3 febbraio portò la sua truppa d'assalto, ridotta da una disposizione imperiale del 5 ottobre da 500 a 416 unità, a 600 unità.
La tortura che portò il "martire" alla morte, preparò il terreno per l'uccisione di Ipazia.
Nel marzo del 415, durante il tumulto di Alessandria, Cirillo acconsentì, o meglio fomentò (Lacarrière) l'esecuzione di Ipazia, al tempo filosofa pagana molto nota e stimata. Figlia di Teone, matematico e filosofo, ultimo rettore a noi noto del Museion, l'accademia alessandrina, Ipazia fu maestra del padre della chiesa e vescovo Sinesio di Cirene, che in una lettera la definisce "madre, sorella e maestra" e "filosofa amata da Dio", e che era seguita anche da molti uditori cristiani. Cirillo covò rancore contro Oreste, il praelectus augustalis, anche perché questi trovava gradita la compagnia della filosofa. II patriarca diffuse notizie false su di lei e riuscì, con l'aiuto di prediche che la diffamavano come maga, ad aizzarle contro il popolo. Presa a tradimento dai monaci fedeli a Cirillo e guidati dal chierico Pietro, Ipazia fu trascinata nella chiesa di Kaisarion, dove fu spogliata e letteralmente fatta a pezzi con schegge di vetro; infine, la salma dilaniata fu pubblicamente bruciata, "la prima caccia alle streghe della storia" (Thieβ).
Dunque una caccia ai pagani. Il patriarca Cirillo si guadagnò la nomina di "ideatore spirituale del crimine" (Giildenpenning). Persino il volume Riformatori della Chiesa, con tanto di imprimatur ecclesiastico (1970), scrive di costui, uno dei più grandi santi cattolici: "Almeno per la morte della nobile pagana Ipazia, egli è responsabile". Anche uno dei più obiettivi storici cristiani, Socrate ritiene che i seguaci di Cirillo e la chiesa alessandrina furono accusati del fatto. "Ci si può convincere che la nobile e colta donna divenne realmente la vittima più eminente del vescovo fanatico" (Tinnefeld). In Egitto il paganesimo manteneva più potere di quello che comunemente si crede; specialmente tra gli intellettuali e la classe dirigente, c'erano ancora numerosi pagani e anticristiani.
Cirillo che, alla stregua dello zio Teofilo, continuò la lotta contro i pagani, non poté che condurla anche contro gli ebrei. Come fece prima di lui il famoso Giosia, che "bruciò idolatri coi loro boschi sacri ed altari, sterminò ogni pratica di magia e divinazione, e distrusse infine ogni insidia diabolica", così anche gli ebrei dovettero essere "sterminati". Cirillo non perse l'occasione di aggiungere: "In questo modo egli ha messo al sicuro il suo regno dalle vecchie credenze e dai sacrifici; a tutt'oggi viene ammirato da tutti coloro che sono in grado di apprezzare il timore di Dio".
Questo santo criminale sostiene che i filosofi greci hanno preso il meglio da Mosè, quando lui stesso ne copiò interi passi, nelle sue sudate, e per lo più noiose e prolisse pagine (trenta libri soltanto contro "il sacrilego Giuliano" e solo contro il suo testo Contro i Galilei ne scrisse altri dieci) [ed è solo per un caso che tutti questi libri siano conservati mentre quelli degli scienziati e meccanici di Alessandria siano spariti, ndr]. Cirillo, responsabile di molteplici menzogne, della diffamazione di Nestorio, della più alta corruzione, colpevole di appropriazione indebita in favore della chiesa e di se stesso, di aver esiliato e usato brutalità di tutti i generi, di concorso in omicidio; questo diavolo, che riuscì sempre a dimostrare quanto fosse pericoloso "inimicarsi Dio e umiliarlo abbandonando la retta via", da subito si gloriò del nome di "difensore della verità", di "amante appassionato del rigore". L'ideatore della prima "soluzione finale" della Chiesa cristiana, alla quale sarebbero seguite molte altre, divenne il "più nobile santo dell' ortodossia bizantina" (Campenhausen), ma anche uno dei più brillanti santi della chiesa cattolico-romana, "doctor ecclesiae", padre della chiesa. Anche dopo lo sterminio hitleriano degli ebrei, per i cattolici rimase "un uomo virtuoso, nella pienezza del termine" (Pinay!). Eppure già nel XVI secolo il cattolico L. S. Le Nain de Tillemont si beffò di lui con il cinismo molto apprezzato da quelle parti: "Cirillo è un santo, ma dei suoi atti non si può dire altrettanto". O come il cardinale Newman, che confrontava comicamente e apparentemente irritato "gli atti esteriori" di Cirillo con la sua "santità interiore".
Uno studioso come Geffcken, nonostante aspiri all' imparzialità e si sforzi di ricercare "i due aspetti del bene", per Cirillo prova soltanto ribrezzo: "fanatismo senza vera, brillante passione, erudizione senza profondità, zelo senza una vera e propria fede, grossolana litigiosità senza esercizio dialettico e infine nessuna sincerità nella lotta ... ". Non soltanto Geffcken è di quest'opinione, ma anche la maggioranza degli storici non cattolici. E ciò ha i suoi buoni o ancora meglio cattivi motivi.
Quando il grande santo morì, tutto l'Egitto tirò un sospiro di sollievo. Il generale sollievo lo testimonia una lettera, forse apocrifa, inviata al padre della chiesa Teodoreto:
"Finalmente, finalmente è morto quest'uomo terribile. Il suo congedo rallegra i sopravvissuti ma sicuramente affliggerà i morti."
IPAZIA A "LA STORIA IN GIALLO"
LA REGISTRAZIONE DELLA TRASMISSIONE ANDATA IN ONDA SABATO 17 È ORA DISPONIBILE QUI http://www.radio.rai.it/podcast/A0048805.mp3oggi riflettendo su marrazzo e tutti i politici ..italiani che: il piu' pulito c'ha la rogna ho pensato che tali nefandezze forse sarebbe minori se non del tutto assenti se a governare ci fossero solo donne.......... ma poi ho subito pensato che le donne non vanno bene al vaticano...anche se si chiamano binetti, bindi, turco, santanchè ecc ma non perchè impreparate o poco intelligenti o perchè non prostrate al volere religioso........ ma solo perchè ''DONNE '' alias considerate esseri inferiori ,peggio degli animali......da millenni...... anzi dall'anno 0 d.c., prima no.
_________________ «Quanto più l'uomo è religioso, tanto più crede;quanto più crede, tanto meno sa; quanto meno sa, tanto è più ignorante;quanto è più ignorante, tanto è più governabile » http://www.utopia.it/
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